Perché abbiniamo il vino e non l’olio

Perché abbiniamo il vino e non l’olio

Feb 02, 2026Alex Pavoni

A tavola parliamo volentieri di vino.
Ne discutiamo il carattere, la struttura, l’evoluzione. Lo abbiniamo ai piatti, lo confrontiamo, lo raccontiamo.

L’olio, invece, resta spesso sullo sfondo.
È presente, ma raramente interrogato. Usato, ma poco ascoltato.

Eppure condivide con il vino molte più cose di quanto siamo abituati a pensare:
origine agricola, variabilità, legame con il territorio, influenza diretta sul gusto.

Perché allora abbiamo imparato ad abbinare il vino e non l’olio?

Il vino ha imparato a parlare

Il vino è diventato un linguaggio perché qualcuno, nel tempo, gli ha dato parole.
Un lessico. Una grammatica. Una cultura condivisa.

Abbiamo imparato a riconoscerne:

  • la struttura

  • l’intensità

  • l’equilibrio

  • l’evoluzione nel tempo

Abbiamo accettato l’idea che il vino non sia neutro, ma attivo.
Che possa esaltare un piatto o entrare in conflitto con esso.

Il vino è stato raccontato, spiegato, mediato.
È entrato nella conversazione gastronomica come soggetto, non come semplice accompagnamento.

L’olio è rimasto silenzioso

L’olio extravergine di oliva, al contrario, è rimasto a lungo privo di un linguaggio condiviso.

È stato trattato come:

  • ingrediente tecnico

  • grasso di base

  • elemento funzionale

Più che come voce del piatto, è diventato il suo sottofondo.

Non perché l’olio non abbia carattere.
Ma perché non abbiamo costruito gli strumenti culturali per riconoscerlo.

Abbiamo imparato a chiederci quale vino, ma raramente quale olio.
E quando lo facciamo, spesso cerchiamo regole rigide invece di ascolto.

Un errore culturale, non gastronomico

Questa distanza non è responsabilità del consumatore.
È il risultato di una narrazione incompleta.

L’olio extravergine di oliva è stato a lungo raccontato:

  • in termini tecnici

  • attraverso parametri chimici

  • come prodotto “già noto”

Mai come variabile sensoriale attiva.

Il risultato è che l’olio viene percepito come qualcosa che non disturba.
Ma un ingrediente che non disturba non dialoga.
E ciò che non dialoga non viene abbinato.

L’olio come elemento attivo del piatto

In realtà, l’olio extravergine di oliva interviene sul cibo in modo profondo.

Modifica:

  • la percezione dell’amaro

  • la sensazione di piccante

  • la struttura del boccone

  • la persistenza aromatica

Un olio non “condisce soltanto”.
Influenza l’equilibrio complessivo del piatto, come fa un vino.

La differenza è che l’azione dell’olio è spesso più sottile, più integrata, meno evidente.
Richiede attenzione, non regole.

Non servono formule, serve ascolto

L’abbinamento dell’olio non è una tabella da seguire.
Così come non lo è mai stato, davvero, quello del vino.

Non si tratta di applicare schemi, ma di riconoscere relazioni:

  • tra intensità e struttura

  • tra freschezza e materia

  • tra amaro, grasso e dolcezza

Abbinare l’olio significa accettare che il piatto non sia chiuso in sé stesso.
Che possa essere modulato, accompagnato, trasformato.

Un cambio di prospettiva

Abbiamo imparato a parlare di vino perché lo abbiamo considerato degno di attenzione.
L’olio, per lungo tempo, è stato dato per scontato.

Rimettere l’olio al centro della tavola non significa complicare l’esperienza.
Significa renderla più consapevole.

Non servono competenze specialistiche.
Serve la disponibilità a distinguere.

L’olio extravergine di oliva non accompagna il cibo: lo modifica.
Non è un elemento neutro, ma una componente attiva del piatto.

Imparare ad ascoltarlo è un passaggio culturale, prima che gastronomico.
Ed è da qui che può nascere un nuovo modo di scegliere, cucinare e mangiare.

 

Questo articolo fa parte dell’Editoriale Olivarum, uno spazio dedicato alla comprensione dell’olio extravergine di oliva come prodotto agricolo, culturale e vivo.

Leggi il Manifesto Olivarum

Olivarum è una piattaforma di selezione dedicata all’olio extravergine di oliva, nata per promuovere una scelta consapevole attraverso conoscenza e contesto.

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